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MOSTRI ROSARIO ESPOSITO LA ROSSA SCARICARE


    MOSTRI ROSARIO ESPOSITO LA ROSSA SCARICARE - Si occupa attualmente di organizzazione teatrale. Menu di navigazione Strumenti personali Accesso. Ebook Mostri di Rosario Esposito La Rossa, edizione Marotta e Cafiero. Acquista e scarica subito con BookRepublic!. Rosario Esposito La Rossa (Napoli, 13 settembre ) è uno scrittore italiano. Nel pubblica il suo terzo libro, Mostri, raccolta di 40 storie sui diritti umani, con Il libro può essere scaricato gratuitamente dalla rete e l'intero ricavato. MOSTRI ROSARIO ESPOSITO LA ROSSA SCARICARE - Continuando la navigazione acconsenti al loro utilizzo - Informativa completa - OK. Dorame Segnala. Il libro è registrato con licenza creative commons è può essere scaricato gratutitamente da 1. Le zanzare 1. 2 3. Rosario Esposito La Rossa. MOSTRI.

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    MOSTRI ROSARIO ESPOSITO LA ROSSA SCARICARE

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    Avevamo vinto. La mia casa a Trieste affacciava sul mare. Il mare a Trieste è sempre increspato, come se sotto bollisse qualcosa, come se la bora venisse partorita dagli abissi. Quel giorno il mare grigio era calmo.

    Il vento non soffiava. La gente era in casa. Io avevo in mano Mister Brown, un rinoceronte di pezza logora. Mister Brown era poggiato sopra il tavolo. Era prigioniero dei cattivi, dei nemici, ed io nella mia missione immaginaria dovevo salvarlo. Silenzioso mi avvicinavo, minaccioso guardavo che nessuno arrivasse dal salone o dalla cucina.

    Giocavo a far la guerra, giocavo a vincere la guerra. Erano arrivati i cattivi.

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    Ci fecero uscire. Non mi piaceva questo gioco, piangevano tutti. Nascosi Mister Brown sotto la maglia, poi mio padre mi strinse a sé, sotto il suo cappotto. Ci fecero salire su un camion, andava veloce, Mister Brown piangeva.

    Ci sono io qui, non ti lascio solo. I miei capelli lunghi si attaccarono al viso. Papà mi teneva tra le sue gambe, mi alzava con una mano, mi nascondeva, per lui alto un metro e novanta ero una pulce. I soldati ci circondarono, iniziarono tutti ad urlare. Mister Brown, inzuppato, urlava anche lui. I nemici sparavano. Qualcuno cadeva, qualcuno ferito continuava a correre. Lanciarono tutti e lanciarono anche me. Caddi nel buio per alcuni secondi, muovevo i piedi e non toccavo mai terra, stavo volando verso il basso.

    Caddi e svenni.

    aldiladellaneve

    Qui la storia potrebbe finire, col bambino ammazzato dai soldati di Tito nelle foibe, gettato come una carcassa in un fosso, schiacciato sotto il peso dei corpi, ma la storia continua. Aprii gli occhi la sera tardi. Sotto di me decine e decine di morti, sangue secco, vestiti bagnati.

    Mi avevano lanciato per ultimo.

    Morti per cuscino direbbe qualcuno. Li muovevo, cercavo di svegliar Alzai gli occhi e vidi la luna, perfettamente sopra la mia testa, un limone gigantesco nel cielo, una palla gialla. Vidi anche Mister Brown, appoggiato al giaciglio della foiba. Dài, Mister Brown, ti daranno una medaglia! Di giorno urlavo, urlavo per farmi sentire da qualcuno. Ma il giorno mi rispondeva con lo stesso tono della notte.

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    Parole senza note. Ero inzuppato, avevo freddo. Forse avevo la febbre. Mia mamma quando avevo la febbre mi preparava sempre la cioccolata calda, ora invece per pranzo e cena avevo solo vermi. Avevo fame, avevo sete, avevo sonno, avevo tutto e non avevo niente. La sera la luna tornava, ci facevamo delle lunghe chiacchierate. Lei mi raccontava dei suoi abitanti, dei topolini microscopici che mangiavano i suoi crateri fatti di formaggio.

    Tu sei in tutto il mondo, basta una parola, diglielo anche tu, Mister Brown, basta una parola. Mi sentivo sempre più debole, i morti non dicevano una parola, sembravano di cartone. Perché son caduto per ultimo, perché Mister Brown non sei qui giù insieme a me, alme Non avevo più forze, i piedi congelati e le labbra crepate dal freddo.

    Il giorno non passava mai, ma io dovevo parlare con la luna, ormai ero il suo migliore amico, sapevo tutti i suoi segreti, le storie dei suoi abitanti, i passaggi nascosti dei topini e conoscevo anche i nomi di tutti i crateri. Non chiedevo tanto, non sono mai stato un bambino che fa capricci, volevo solo esprimere un desiderio, un piccolo desiderio. Il tempo non passava mai. Tutto sotto sopra per un solo istante, il tempo di uscire da quel pozzo, prendere Mister Brown e scappare sulle nuvole.

    Niente chiacchiere, niente rumori. Solo silenzio. Buio e silenzio. Tutto dormiva. A di Najaf, regione irachena. Gli americani ancora devono accorgersi della sua postazione. Il tempo sembra rallentare, Jean-Marc si fa mille domande mentre guarda i suoi soggetti. Seduti sotto il sole cocente ci sono un prigioniero e suo figlio di quattro anni. Il ragazzino è scalzo, poco lontano le sue scarpette si sciolgono al sole.

    Il padre vestito di bianco indos Il viso è nascosto, sembra uno di quei membri delle sette sataniche. Chissà a cosa serviranno mai questi cappucci del cavolo. Forse a nascondere gli occhi di un padre che stringe suo figlio. Hanno permesso al padre di tenerlo con sé.

    Forse la madre sarà già morta. La sua espressione è segnata dal calore, il prigioniero gli accarezza la fronte con lo stesso amore di un cristiano o musulmano. Intorno a loro un recinto immenso di filo spinato, quasi fossero tigri o leopardi. È il 31 marzo quando Jean-Marc scatta la foto, poi ripreso dagli americani si nasconde nella sua stanza.

    Pochi mesi dopo il francese Jean-Marc Bouju è il vincitore della quarantasettesima edizione del premio World Press Photo , nelle sue tasche diecimila euro e la soddisfazione di aver battuto ben sessantatremila scatti. Il salone olandese della premiazione è gremito di giornalisti e fotografi a caccia di notorietà e successo. Il presidente della fondazione invita Jean-Marc a salire sul palco. Quando stringe tra le mani il riconoscimento non riesce a parlare, tutti lo applaudono. I suoi pensieri volano lontani.

    Di quel bimbo e di suo padre kamikaze non conosce nemmeno il nome, non sa se il loro cuore batte ancora. E lo fa veramente. Bertrand Russell. Vorrei aiutare tutti, se possibile: ebrei, ariani, uomini neri e bianchi. Abbiamo i mezzi per spaziare, ma ci siamo chiusi in noi stessi. Più che macchinari, ci serve umanità; più che abilità, ci serve bontà e gentilezza. Senza Perfino ora la mia voce raggiunge milioni di persone nel mondo, milioni di uomini, donne e bambini disperati, vittime di un sistema che impone agli uomini di torturare e imprigionare gente innocente.

    A coloro che mi odono, io dico: non disperate! Non cedete a dei bruti, uomini che vi disprezzano e vi sfruttano, che vi dicono come vivere, cosa fare, cosa dire, cosa pensare, che vi irreggimentano, vi condizionano, vi trattano come bestie.

    Voi non siete macchine, voi non siete bestie: siete uomini! Non difendete la schiavitù, ma la libertà! Non di un solo uomo o di un gruppo di uomini, ma di tutti gli uomini. Voi, il popolo, avete la forza di creare le macchine, la forza di creare la felicità. Voi, il popolo, avete la forza di fare che la vita sia bella e libera; di fare di questa vita una splendida avventura.

    Quindi, in nome della democrazia, usiamo questa forza. Uniamoci tutti! Combattiamo per un mondo nuovo che sia migliore! Che dia a tut Promettendovi queste cose, dei bruti sono andati al potere, mentivano! Non hanno mantenuto quelle promesse, e mai lo faranno! I dittatori forse sono liberi perché rendono schiavo il popolo. Allora combattiamo per mantenere quelle promesse! Combattiamo per un mondo ragionevole. Un mondo in cui la scienza e il progresso diano a tutti gli uomini il benessere.

    Soldati, nel nome della democrazia, siate tutti uniti! Hannah, puoi sentirmi? Dovunque tu sia, abbi fiducia. Guarda in alto, Hannah! Le nuvole si diradano: comincia a splendere il sole. Un mondo più buono in cui gli uomini si solleveranno al di sopra della loro avidità, del loro odio, della loro brutalità. Il glorioso futuro che appartiene a te, a me, a tutti noi.

    Guarda in alto Hannah, lassù. È autunno a Parigi, le foglie gialle iniziano a cadere. Nel cortile della Sorbona gli studenti si preparano per le lezioni.

    Cartelle, occhiali, telefonini e vestiti alla moda. Gioventù del nuovo millennio. Le classi sono affollate, poche sedie vuote. Qualcuno lo definisce insegnante di antropologia, altri di storia, qualcuno di poesia, forse di biotecnologia. Quando Forel entra in classe si fa subito silenzio. Ha due baffi bianchi il professore di Lione, qualcuno lo chiama lo zingaro per gli abiti che indossa, mimetiche, gilet e vecchi stracci di seconda mano.

    Lui dice che sono ancora buoni. Inizia la lezione, Forel prende parola. Narra la storia nello stesso modo in cui un papà racconta storie fantastiche al suo bambino nella tenda al campeggio.

    Le Ande, le terrazze del mondo. La parola Cile, per i mapuche, significa dove finisce la terra. Immaginatevi di camminare per le vie di Santiago nel Tre stelle per un posto in paradiso. Lo ricordo come se fosse ieri il mio primo viaggio in Cile.

    Il vantaggio era minimo, ma il congresso decise di decretare la maggioranza ad Allende. Quello fu un bel momento per il Cile, si respirava profumo di fiori nel cielo. Questa fu una grave perdita per gli Stati Uniti, un brutto colpo in piena Guerra Fredda.

    Quello che si temeva era una nuova Cuba, un nuovo paese comunista. Per screditarlo gli americani banalizzarono la via del socialismo di Allende, definendolo futuro dittatore comunista. La pressione della bandiera a stelle e strisce fu fortissima, non solo politica, ma soprattutto economica. Gli americani attuarono una sorta di embargo e pagarono i sindacati per scioperare e protestare. Passa tra i banchi mostrandola a tutti.

    Libri di Rosario Esposito La Rossa

    Il linguaggio visivo. Niente comizi, lettere, comunicati stampa, ma immagini, murales. Raccontava alla gente analfabeta la sua rivoluzione attraverso le immagini sui muri.

    In quegli anni Santiago era un museo a cielo aperto. Ragazzi, quando parlo di murales non intendo I murales no, hanno intenti politici e sociali. I murales raccontano qualcosa, lasciano un messaggio. Sul muro compare un verme, un verme che striscia e diventa farfalla. E cosa dirà il rettore? Per di più rosso comunista. Un banale disegno diventa un messaggio politico, storico, sociale.

    Gli Stati Uniti e la CIA hanno avuto un ruolo determinante in quello che sto per raccontarvi, pensate che il Presidente americano La questione è troppo importante perché gli elettori cileni possano essere lasciati a decidere da soli.

    Il Palazzo della Moneda fu bombardato con caccia Hawker Hunter di fabbricazione britannica, fu un assedio, un infame assedio. Cosa poteva provare Allende? Cosa pensava in quegli istanti? Quella mattina ad un programma radiofonico Allende disse: Viva Chile! Io ho passato tante notti ad immaginarmi questo uomo, che dalla finestra del suo ufficio difende il suo governo e la sua patria dal colonialismo economico americano.

    Altri invece dicono che fu ammazzato dalle truppe di Pinochet. Torture, desaparecidos, negazione della libertà di stampa. Trentacinquemila casi di tortura denunciati, ventottomila accertati. Nello stesso momento in cui il generale veniva seppellito, il popolo cileno ricordava Salvador Allende.

    Chi dimentica troppo presto finisce per rifare gli stessi errori. Ricordatelo ragazzi. Per il murales, potete anche cancellarlo, tanto ci sono cose che anche se non restano impresse sui muri, rimangono impresse negli occhi della gente. Appese al muro ho tutte le cartoline che mi hai mandato dalla Bosnia.

    Da queste immagini non è poi tanto male. Il mio Marco in uniforme, col cappello verde esercito e il tricolore sul petto. Il mio Marco che non vedo da sei mesi. Il mio principe in missione di pace. Belli stronzi! La pace coi fucili. Ogni tanto la radio passa la nostra canzone. A Radio Nuova San Giorgio le ragazze continuano a salutare i fidanzati in carcere.

    Magari potessi farlo io, magari tu mi sentissi. Ci pensi, io e te a Radio Sarajevo. Le tue frasi contorte senza doppie. Perché ti ho lasciato andare? Non lo so nemmeno io. Roberto Barbato continua a farmi i complimenti, mannaggia, mi mancano anche le tue sce Marco mio, ma dove sei andato a finire? Tu non lo sai nemmeno dove sta la Bosnia. Chissà se tieni al collo ancora il nostro mezzo cuore.

    Ti ricordi la nostra promessa? Per sempre. Ma tu no. Tu e la tua testardaggine. Voglio fare il soldato, voglio fare il soldato. In fondo hai ragione, un uomo sceglie per sé, ma che senso ha la mia Scampia senza te? Vedo noi che ci rincorriamo come dei bambini per poi sdraiarci su quel prato tutti contenti. Quasi mi vergogno a dirti quanta paura ho, mi sento una bambina piccola piccola, quasi invisibile, che, muta, non fa altro che accettare decisioni che non le piacciono.

    Mi sento impotente. Tu non ci sei. Questa situazione mi sta logorando, piano piano, mi toglie la voce per gridare il mio dissenso. Sono muta, indosso questa maschera ipocrita che non mi appartiene, ma che ora è diventata la mia compagna più stretta.

    Sono rimasta sola, nessuno mi aiuta in questa situazione, non potranno mai farlo se ti allontanano da me. Vorrei sentire di nuovo la tua voce che mi parla, le tue braccia che mi cer E per colpa di chi poi, per cosa te ne sei andato? Quanti interrogativi con una sola risposta.

    Questo schifo di società ci fa pagare pene che non ci appartengono. Cinquemila euro al mese. Glieli butterei in faccia ai generali dietro la scrivania, a quelli che guadagnano il doppio e ti danno gli ordini.

    Te lo giuro, Marco, appena torni ti sposo e non ti faccio più andare via, vengo con te, dove vuoi, pure tra le bombe. Sono rimasta pietrificata davanti al televisore per un paio di minuti. Non sai quanto ho odiato quella cretina che legge le notizie. Per lei è routine, ma in Bosnia ci sei tu.

    Mi sembra un film. Le immagini mi hanno gelata, il fumo, il fuoco, le sirene. Ho paura che tra tutto quel sangue ci sia anche il tuo. Faccio sempre il tuo numero. Ora ci riprovo, rifaccio il numero. Dài, Marco, rispondi ti prego! Il cliente da lei chiamato non è al momento raggiungibile. Oscar Wilde. Mi sembra poco. Che dici, prendiamo il solito?

    Calciatore di successo, capelli biondi e occhi azzurri? Un super gol, amici telespettatori, una prodezza da cineteca! Nella stanza affianco sua sorella Lona lo chiama. Fa caldo a Sialkot, in Pakistan. La paglia non basta per proteggersi dal sole. La bidonville pullula di mosche e polvere. In giro ci sono solo gli onnipresenti signori con i bastoni, i padroni della città.

    Rujul e Lona fabbricano palloni da calcio. Settecento punti di filo da mettere insieme. I due fratelli hanno ormai le mani deformi per il lavoro disumano. Nessuna macchina riuscirebbe a garantire le prestazioni delle minute mani di Lona. Rujul guarda la sua ultima fatica, sul pal Non gli è permesso palleggiare, né giocare con la palla. I signori con i bastoni gli vietano anche di parlare con gli stranieri. Se lo fate perdete il lavoro, dicono.

    Il bambino pakistano guadagna trentacinque centesimi per ogni pallone. In Europa le sfere vengono addirittura vendute a centoventi euro. Sono loro che portano in carrucole arrugginite le pelli necessarie per la lavorazione.

    Per Lona i palloni più facili da cucire sono quelli della Nestlè, i gadget regalati insieme alle merendine. Sono fatti con materiale scadente e spesso li cuciono malissimo perché la richiesta da parte della multinazionale è altissima.

    Rujul vorrebbe diventare un calciatore, vorrebbe correre nei prati del San Siro, accanto a Pirlo e Maldini. Alla fine del mondiale hanno scoperto che nessuno dei palloni da loro cuciti si era bucato, una piccola soddisfazione in un mare di frustrazione. Lona ama gli anelli, ma oramai le sue dita sono bucate dagli aghi e la sua vista seriamente danneggiata. Spera di sposarsi, ogni volta che termina il suo lavoro, prende il pallone e lo lancia in aria.

    Nel suo cuore quel breve volo libera un merlo indiano. Un uccello che volerà dal suo futuro amore, ovunque lui sia. Il signor Monish entra in casa, senza salutare si avvicina alla cesta dei palloni. Nasconde un sorriso, è felice per il gran numero di palle prodotte. Rujul per ingannare il tempo ha imparato a memoria quei numeri stampati su tutti i palloni.

    Magari sapesse che quelle cifre servono per truffare i controlli internazionali. Monish guarda Lona, quattordicenne. Monish ha il volto sfigurato da un proiettile, non ha né moglie né figli. Rujul sa benissimo che quella mente pazza spoglia sua sorella con gli occhi. Ma non vai a scuola? Allora i campioni leggeranno il mio nome.

    La sua mente corre a Milano dal suo nuovo idolo, dal suo nuovo campione. Monish prima di uscire incrocia lo sguardo di Lona. Rujul è ancora davanti alla tv. Vasco da Gama — Sport Recife. Il Vasco è già in vantaggio con un gol di Felipe. Davanti al dischetto il quarantunenne Romario de Souza Faria, gol in carriera. La telecamera zumma sul pallone.

    Lo riconosce Rujul, è il suo. Il doppio punto al quarto esagono laterale. Per il bambino è festa, quasi come se il Pakistan avesse vinto il mondiale. La partita viene sospesa per i festeggiamenti e per le invasioni di campo. Dedico questo gol a mia madre, a mia moglie, ai miei figli e a tutti i bambini del mondo.

    In cucina Lona piange, lei sa leggere, sa che i sogni a Sialkot sono un lusso per pochi. Mi sveglio tutto sudato. Di colpo. Ho la gola secca e negli occhi ancora le immagini di quel maledetto incubo. Piango senza accorgermene.

    Mi guardo le due gambe che non ho più. Dei miei piedi non resta nulla, solo fasce bianche. Vorrei strappare i fotogrammi di quel film che la mia mente continuamente manda in onda sullo schermo delle mie notti. A me succede una cosa strana. Di solito quando uno fa un incubo si sveglia e si asciuga la fronte. Ok, tutto è passato, era solo un sogno. A me no. Mi guardo le gambe e non le vedo. Mi stro Le mie gambe sono lontane, sepolte da qualche parte sui monti del Kurdistan. Accanto al mio letto Omar parla nel sogno.

    Ripete sempre il nome del padre ucciso da una scheggia. Non ho più voglia di dormire, ma la notte è ancora lunga. Ogni tanto mi chiedo il perché, poi lascio perdere. Le stampelle sono lontane. Non voglio svegliare nessuno, devo farcela da solo. Mi scopro e, passo dopo passo, come un verme, scivolo giù per il letto. Striscio nella polvere, trascinandomi dietro la mia infanzia mutilata.

    Sono ancora debole, ma voglio farcela. Dopo pochi metri ho già le braccia a pezzi e le ginocchia in fiamme. Continuo a farmi forza. Mi accorgo che sanguino e la mia breve scia è già rossa. Le mutande sono umide. Non è altro che un fosso, un pozzo di merda e fetore. Ha lavorato tutto il giorno sotto il sole. La sua pelle bianca si sta bruciando. Ho sedici anni, cazzo! Voglio smetterla di provare pena per me stesso mentre, appoggiato alle stampelle, mi abbassano i pantaloni e come un neonato mi fanno pisciare.

    I loro nasi si contorcono mentre dal mio culo esce la rabbia. No, non li chiamo per nessun motivo. Finalmente sono fuori.

    Il mio sangue fosforeggia nella notte. Sembro sempre più un verme. La strada è ancora lunga. Le pietruzze mi scorticano le braccia e la pancia. Il vento mi soffia la sab Mi fermo dietro al furgone per riposarmi.

    Alzo lo sguardo al cielo e vedo le stelle. Sono lontane eppure la loro luce sembra accarezzarmi. Ci spero. Quanto vorrei ritornare a correre, volteggiare insieme alle farfalle del deserto. Il rumore delle ruote sulle pietre distrugge la mia bolla di silenzio. Le luci si accendono veloci come lampi nelle stanze. Il dottore è già fuori. Un altro bambino. Non urla, i suoi vestiti e il suo volto sono ricoperti di sangue. La madre e il padre fuori gridano.

    Nessuno si accorge di me. Il pantalone si bagna e io galleggio nel mio stesso piscio. Mentre la puzza si attacca addosso e le lacrime si confondono con il lago giallo, sembro una nave alla deriva, il Titanic che naufraga. Chiudo gli occhi e mi addormento. Il giorno dopo è Susan a rialzarmi. Il dottore Karl mi ammonisce con lo sguardo.

    Indifferente mi accarezza anche i genitali e il sedere. Abbasso la testa per la vergogna. Da solo chiudo la fontana e lei capisce. Nel letto profumo di gelsomino e vaniglia. Il bambino di stanotte si chiama Mustafa e dorme due letti più in là. La sua faccia è avvolta nelle bende. Bevo il latte mentre si sveglia. Il suo urlo è disumano. Mustafa si è svegliato nel buio. A casa restammo ad aspettarlo io, mia madre e mio fratello Paul. I giorni passavano lenti senza di lui, ricordo che quando vedevamo un aereo nel cielo, io e mio fratello ci apprestavamo ad alzare le mani in aria e salutare.

    In uno di quei giganti di ferro, ci doveva essere nostro padre. Io sono olandese, mio padre no. Lui è nato in Portogallo, poi è scappato. Non voleva partecipare alla guerra in Angola del dittatore Salazar. È sempre stato un pacifista papà, era nel suo DNA. Era un fotografo freelance per Greenpeace. Gli sciamani pellerossa raccontavano di un tempo in cui la terra sarebbe stata depredata di tutte le sue ricchezze, i fiumi avvelenati, gli animali massacrati.

    Nel primo dopoguerra gli abitanti del Pacifico subirono gli effetti delle sperimentazioni degli ordigni nucleari occidentali.

    Le popolazioni di Bikini ed Enewetak furono evacuate per evitare che fossero esposte al fallout radioattivo. Si occupa attualmente di organizzazione teatrale. Menu di navigazione Strumenti personali Accesso non effettuato discussioni contributi registrati entra.

    È ideatore del progetto Fattorie Vodisca, progetto di agricoltura sociale nel quartiere Chiaiano, oltre 2,5 ettari di terra dove si producono marmellate e miele artigianale. In altre lingue Aggiungi collegamenti. Accedi Invia articolo Registrati Recupera la password. Il volume è stato realizzato in collaborazione con Liberacon la prefazione di Don Luigi Ciotti. Un libro da leggere e rileggere.

    Rosario è roswrio scrittore, è un figlio di Secondigliano, non è un eroecome ci tiene lui stesso a precisare, e non ci tiene a diventarlo,ma ci tiene a far conoscere la parte sana di quella Rosaro che sembra aver partorito solo delinquenza. Forse niente a chi ha vissuto il Vietnam, la Guerra Fredda, le crisi del Medio Espositto, ma sicuramente sarà una spina nel fianco per i giovani, per quella generazione che conosce la storia ufficiale fino alla seconda guerra mondiale.

    Rimani sempre aggiornato sulle notizie di histonium. Ha fondato, in collaborazione col Teatro Bellini di Napoli, il caffè letterario equo e solidale Sottopalco. Il volume è stato realizzato in collaborazione con Liberacon la prefazione di Don Luigi Ciotti. Aggiungi per primo una citazione! Tra le più giovani e interessanti giovani compagnie napoletane. Un libro da leggere e rileggere. Nel pubblica il suo terzo libro, Mostriraccolta di 40 storie sui diritti umani. Sections of this page.

    Rosario Esposito La Rossa Napoli13 settembre è uno scrittore italiano. E vuole spaziare sui mostri che qui ,come altrove, nel mondo ci rubano la vita Nel fonda la squadra di rugby Scampia Rugby Football Club.